Nigeria: ecco cosa c’è nel Delta dei veleni
25 dicembre 2011 alle 11:41 | Pubblicato in News | Lascia un commentoDevastazione dell’ecosistema, aumento delle malattie respiratorie e accorciamento delle aspettative di vita. Nel Delta del Niger sono pochi gli abitanti che riescono a vivere oltre i 42 anni, affetti più che mai da nuove forme tumorali. È questa l’eredità che lasciano gli oltre 40 anni di attività estrattiva del petrolio che non accenna a fermarsi. La Nigeria è uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo, basti pensare che soddisfa da solo il 20 per cento del fabbisogno europeo di combustibile. Ne parliamo con Luca Manes della Campagna per la riforma della Banca mondiale e coautore del rapporto “Il Delta dei veleni, l’impatto dell’Eni e delle altre multinazionali del petrolio”.
Nel rapporto si legge: «Visitando quei luoghi, sembra di rivivere le immagini che ciclicamente le televisioni di tutto il mondo mandano in onda quando si spezza lo scafo di qualche petroliera». Manes, se potesse riassumere il dramma di questo territorio in una immagine quale sceglierebbe?
La linea nera segnata dalla marea sugli argini del fiume: sopra c’è la vita data dalla vegetazione e sotto la morte nell’acqua senza pesci, con una puzza nauseante, un odore simile a quello della benzina ma molto più forte, tanto che non ci sono più neanche gli insetti. Facendo un giro in barca nella località di Bodo, sul Delta, ho visto forse lo spettacolo più desolante, c’era stato da poco uno sversamento, la stessa imbarcazione è rimasta impregnata di greggio, e la cosa più triste è che lì i bambini facevano il bagno abituati come prima a passare così il tempo. Parliamo infatti di un territorio poverissimo nonostante sia nella parte più ricca del Paese. In realtà anche la vegetazione che sembra rigogliosa è danneggiata, le radici delle mangrovie sono tutte immerse nel petrolio. Gli alberi e le piante si sono ammalate, i pesci sono morti, la terra si è impregnata di una sostanza oleosa che ne ha minato la fertilità.
La popolazione locale che viveva di pesca e agricoltura ora cosa fa?
Sicuramente non lavora per le multinazionali che usano personale proprio sia per non svelare segreti aziendali che per tenere la popolazione locale in uno stato di totale subordinazione. I giovani, se è possibile, sono ancora più disillusi degli anziani: sanno perfettamente che la presenza di Shell ed Eni non li arricchirà. I contadini lamentano raccolti sempre più miseri e i pescatori in alcuni casi hanno dovuto cessare totalmente ogni tipo di attività. L’ecosistema prima era così ricco che la popolazione locale diceva di essere «benedetta da Dio», ora si sente semplicemente «maledetta dalle multinazionali».
Perché in Nigeria le società che estraggono il petrolio non usano gli stessi standard che in Arabia Saudita?
Perché non è conveniente economicamente, l’adeguamento costerebbe soldi che evidentemente preferiscono non spendere. L’estrazione in sé è una attività altamente impattante ma in questo caso il disastro ambientale è provocato dalle tubature obsolete, pipelines, che portano il greggio dal giacimento agli impianti. Questi tubi passano vicino i villaggi del Delta a volte anche dentro, quando si rompono e sommergono di petrolio le comunità le obbligano di fatto ad abbandonare la propria terra.
Nel rapporto parlate degli effetti devastanti del gas flaring, cos’è?
Nell’attività estrattiva insieme al petrolio fuoriesce anche il gas che nel nord del mondo si riesce a imbrigliare e riutilizzare tramite tecnologie avanzate, invece lì il gas viene espulso in aria e brucia provocando danni gravi alla salute umana soprattutto al sistema respiratorio. Il gas flaring inoltre è tra le principali cause delle piogge acide che rovinano i raccolti. Esteticamente si hanno questi pennacchi di fuoco lunghi 20- 30 metri che fanno rumore tremendo. Si vedono molto bene anche nel video realizzato da Luca Tommasini “Oil for Nothing” http://www.crbm.org/2011/11/25/oil-for-nothing-il-documentario-della-crbm-sul-de….
Cosa c’entra l’Eni?
Nonostante sia l’inglese Shell ad essere per ragioni coloniali la più attiva, anche la multinazionale italiana è presente da 40 anni del Delta, l’Eni provoca sversamenti e gas flaring in diverse località del Delta. Abbiamo visitato Ebocha il primo giacimento, uno dei più importanti. Il territorio è altamente militarizzato ma non abbiamo fatto fatica a incontrare 80 rappresentanti della comunità locale: nessuno lavora alle dipendenze della corporation. Hanno lamentato infatti che l’Eni non solo gli ha devastato l’ambiente ma non gli ha portato neanche né benessere né infrastrutture.
Quanto tempo ci vorrebbe per risanare il territorio? Cosa chiedono gli ambientalisti?
Secondo un rapporto dell’agenzia Onu per l’ambiente almeno 25-30 anni. Ma solo se si smettesse l’attività estrattiva. Le comunità locali e gli ambientalisti chiedono lo stop alle esplorazioni petrolifere, stop al gas flaring e adattamento dell’esistente bonifica territorio. Solo così si può arrivare a un ripristino parziale del ecosistema di 40 anni fa.
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